
SILVESTRO (SILVIO) RECCHIUTI
Mi interesso di tutti i problemi che abbracciano la realtà sociale e civile, partecipando ad incontri, assemblee, etc., non escludendo i problemi che quotidianamente devo affrontare per la mia condizione fisica.
In una di queste attività ho saputo che si stava costituendo a Calolziocorte l’associazione “Lo Specchio” ed ho iniziato a partecipare attivamente alle sue iniziative.
Spesso si è portati a considerare l’handicappato come oggetto di carità, ma non un soggetto per ogni iniziativa in merito.
Molte volte la gente con il suo comportamento mi fa capire esplicitamente o implicitamente che sono un “poverino”, semplicemente perché ho delle difficoltà motorie; non riescono ad andare oltre all’aspetto fisico.
Le persone “normali” credono sempre di dare qualcosa all’handicappato. Mi è capitato spesso, per esempio, di entrare in un bar ed ordinare un caffè; un cliente od il gestore cercavano sempre di offrirmi la consumazione. Perché con gli altri clienti non vi è lo stesso comportamento? Solamente perché io sono un disabile? Credono che essendo un handicappato io sia un disgraziato che non può pagarsi nemmeno un caffè?
Se i cosiddetti “sani” sapessero guardarci veramente come persone che hanno qualcosa, non solo da ricevere, ma anche da dare, toglierebbero tutti i pregiudizi e nascerebbe un dialogo cordiale e sereno.
In effetti si fa fatica a mettersi a confronto con una persona che può sembrare diversa ed infelice in una società che esalta l’aspetto esteriore ed ostenta la felicità del benessere.
Certo, un handicappato potrebbe avere le sue buone ragioni per non essere felice: fa fatica ad accettarsi e a farsi accettare, trova sempre ostacoli sulla sua strada; non riesce ad essere totalmente indipendente. Però è una persona come gli altri, con i suoi pregi ed i suoi difetti, con i propri valori morali ed il proprio bagaglio culturale e di vita e, perché no!, con la propria sessualità.
Dunque, perché non si dovrebbe pensare che anche una persona disabile possa essere felice e vivere la propria esistenza con gioia?
Certo, la felicità è una condizione più soggettiva che oggettiva, però, si è tanto più felici quanto più si riesce a vivere bene.
E’ stata fatta la fiaccolata per la vita. Della vita si tengono soprattutto in considerazione i poli estremi: la nascita e la morte.
E’ importante, però, anche il come si vive e ciò non vale solo per un handicappato ma anche per una persona “normale”. Però, io posso vivere bene ed essere felice quando cammino per strada e non sono guardato con pietà, o peggio ancora, deriso; quando posso utilizzare tutti gli spazi della città in cui vivo senza difficoltà; quando posso comunicare con gli altri senza che vi siano barriere psicologiche.
Forse questi potrebbero sembrare dei sogni facili da attuare ma, purtroppo, ci scontriamo sempre con una realtà che è ben diversa da come la vorremmo.
L’handicap dovrebbe essere considerato come una qualsiasi differenza ma, a tutti gli effetti, è visto come uno svantaggio che impedisce di agire liberamente e ciò crea emarginazione.
Tutto questo meccanismo porta, dunque, sulla strada della non comunicazione, della chiusura, dell’intolleranza e del razzismo.
Io ho una vita indipendente che sono riuscito a raggiungere per merito dei miei familiari e devo dire che, in modo diverso, anche loro hanno avuto dei momenti di crisi ed hanno ricevuto dalle persone conforto, ma anche umiliazione, oltre alle difficoltà da superare.
Penso a tutti quei casi più gravi di me. Io posso vivere da solo ed avere una normalissima vita affettiva, come tutti.
Ma chi pensa al futuro di coloro che non hanno questa mia possibilità?
Quale vita dignitosa offre la società a questa persone? L’istituto?
Si parla dell’importanza che l’ambiente familiare riveste per le situazioni difficili e questo non vale solo per le persone handicappate, ma anche per i minori con difficoltà e per gli anziani.
Però non viene fatto nulla per cercare di realizzare questa soluzione ottimale. In questi anni si riscontra una maggiore sensibilità nei confronti dell’handicap. Questa attenzione, purtroppo, si scontra sempre con un minor impegno a livello politico e sociale: viene fatta una legge quadro sull’handicap ma poi ci si guarda bene dal realizzarla concretamente.
In questo periodo di recessione economica, chi per primi ne fanno le spese sono i più deboli, gli emarginati.
Occorre, dunque, una maggiore coerenza e senso di responsabilità in ciò che si fa e questo sia a livello politico che a livello personale, perché l’handicap più grave non è l’handicap fisico o psichico, bensì l’handicap dell’indifferenza, del disimpegno, dell’egoismo e dell’intolleranza.
In una nostra iniziativa veniva citata questa frase: “Forse in nessun luogo del mondo esiste una città ideale ma, se esistesse, di sicuro sarebbe quella che sa dare la risposta giusta ai suoi abitanti”.
Io spero che questa città diventi la città di tutti noi.
Silvestro Recchiuti, febbraio 1992